La storia di Pietro

Vittorio Veneto, primavera 1973. Le giornate cominciavano ad allungarsi, era piacevole passeggiare lungo il corso, raccontarsi la giornata fra amici, soldati come me ma di qualche anno più giovani. In quanto universitario ho goduto del rinvio al servizio militare fino alla laurea, ora avevo compiuto da poco 24 anni. Il mio sguardo quella sera fu attirato da un soldato che se ne stava seduto da solo sui gradini di una chiesa, ho visto anche che piangeva e teneva una lettera e un flaconcino fra le mani. Stava succedendo proprio quello che avevo intuito. Pietro voleva farla finita, non ce la faceva proprio a risolvere il suo problema. Non riusciva a parlare. ‘Che ti succede?’ e giù lacrimoni sempre più fitti. Mi porse la lettera. Era un suo amico che gli scriveva. Sommariamente diceva: ‘Carissimo Pietro, sono stato a casa tua in Basilicata, ho visto tua moglie e i tuoi bambini.   Soffrono maledettamente per la tua lontananza, riescono a malapena a mangiare, anche tuo padre sta male e chiede sempre di te. La prossima volta che ottieni un permesso non venire qui in clinica a Roma, ma corri dai tuoi bambini. Ti ho visto come soffrivi a fare due turni in corsia, pur di guadagnare qualcosa da mandare a casa. Ti daro’ io i soldi che servono per la tua famiglia. Il nostro primario non riesce a seguire la tua pratica. Dovresti avere l’esonero dal servizio militare….ma la domanda è stata fatta al ministero e si aspetta una risposta.’  In quel periodo facevo servizio al V corpo d’armata, in ottimi rapporti col gen.Nanni, che si fidava talmente di me da avermi delegato all’esame delle domande di pre-congedo e di esonero dal servizio militare. Le domande arrivavano al generale, e quindi a me, col parere dei carabinieri del luogo di residenza del militare e col parere del comandante di reggimento.

Io analizzavo per bene tutta la documentazione e poi decidevo secondo la mia coscienza. Spesso mi intrattenevo a discutere col generale il caso che avevo tra le mani, ma ottenevo sempre il suo consenso anche a contraddire i pareri allegati alla documentazione. E non poche volte ho richiesto e ottenuto il congedo immediato dal ministero della difesa, per casi di particolare urgenza. Il caso di Pietro era veramente urgente. Solo che in quei giorni il mio amico generale era fuori sede. Speravo di trovare comprensione nel maresciallo che faceva da vice. ‘Senti amico mio, non posso prometterti nulla per questa sera, ma ti prometto grosse novità per domani. Fidati di me.’ Per Pietro si accendeva una speranza. Lo alzai dagli scalini della chiesa, altri soldati si unirono a noi. Per strada racconto’ la sua strana storia.  Era emigrato giovanissimo in Francia da molti anni e credeva di avere superato l’età per essere considerato degno di attenzione per il servizio militare. Anche dal consolato italiano aveva ricevuto rassicurazioni in tal senso. Era felice di tornare al suo paesino in Basilicata, anche per prendersi cura dei suoi vecchi e malandati genitori. Prima di emigrare in Francia aveva prestato servizio come infermiere in una clinica romana. Aveva sempre lavorato con la massima soddisfazione dei suoi superiori. Ora aveva ricevuto assicurazione che poteva tornare a lavorare in questa clinica.

Era felice la moglie e felici erano i bambini, anche se bisognava fare i conti con la distanza che li avrebbe separato. Lui a Roma e la sua famiglia in Basilicata, il destino di sua moglie sembrava quello di servire i suoi suoceri poverissimi e ridotti come larve umane.  Ma alla frontiera sale la polizia sul treno, Pietro risulta renitente alla leva e viene arrestano. A nessuno importa di sua moglie e dei suoi bambini, che impauriti dovranno proseguire  il viaggio fino al loro paesino.  Pietro viene immatricolato e assegnato come autista al parco macchine del 187° reggimento di fanteria, proprio dove facevo servizio io, anche se nel reparto amministrazione. Il comandante del suo reparto gli concede subito una licenza per fargli sistemare moglie e figli. Ma egli sa che faranno la fame, se non riesce a mandare la sua decima, che è poca cosa ma che è indispensabile per il pane dei suoi bambini. Si ferma a Roma, contatta il suo vecchio amico e subito ottiene di potere lavorare. Sedici ore al giorno. Il professore del reparto certifica che è in clinica per problemi di salute, così la sua licenza si prolunga di altri dieci giorni. Ottiene la paga di in mese di lavoro, manda tutto alla moglie, è contento, possono resistere un poco.  Pietro torna soddisfatto in caserma e va alla carica per ottenere una nuova licenza, con la scusa che è stato ammalato e impossibilitato di andare a casa. Presto ottiene la seconda licenza, ma ripete lo stesso copione di prima, lavoro a doppio turno, certificato, ritorno in caserma. Ma questa volta il comandante non ci sta, non otterrà altre licenze, il suo comportamento viene censurato, non importa a nessuno il suo problema. A questo punto ricomincia il suo pianto disperato. Cerca le sue pillole, che avevamo fatto sparire. Riusciamo a calmarlo, con la promessa che l’indomani avremmo ottenuto qualche risultato positivo. Gli avevo raccontato del mio lavoro e si era fidato. Mi aveva lasciato la lettera del suo amico e dalla quale veniva fuori la drammaticità del suo caso umano. L’indomani mattina mi cerca per un saluto e per ricordarmi l’impegno preso.  Ci mancherebbe! Così puntuale alle nove mi presento al maresciallo Polo. Scusi maresciallo, vorrei che leggesse questa lettera e poi vedere cosa possiamo fare. E’ una brava persona questo maresciallo, anziano e sempre corretto. Arriva alla fine. Dov’è questo militare? E’ all’autoparco. Assicuralo che lo facciamo congedare con urgenza. Corro a cercare il mio amico, il tempo di un sorriso compiaciuto e si materializza la figura alterata del comandante. Rivolto a me: che ci fai in questo reparto?  Devo tornare in ufficio. Il maresciallo Polo mi confida che ha convocato il comandante per il pomeriggio. Sono contento. Noto durante il pranzo come mi guarda male il comandante, ma io mi sento forte per la protezione del generale e ora per l’intervento del maresciallo. Di primo pomeriggio preparo la richiesta al ministero per il congedo immediato di Pietro. Il maresciallo lo firma e così lo teletrasmetto a Roma. Arriva il comandante all’ufficio del maresciallo, passa  dalla mia stanza per convocarmi dopo il lavoro, non ha una bella faccia. Non so cosa si siano detti. Prima di cena sono dal comandante. Io non so chi sei tu, mi dicono che fai arte di una setta segreta. Comunque avevi chiesto una licenza, eccola. E mentre parlava la riduceva in tanti pezzetti. Sono contento signor comandante, non faccio parte di nessuna setta segreta, sono solo un cristiano evangelico e cerco di aiutare chi è nel bisogno. La mia licenza non serviva ad altro che ad andare a casa della mia ragazza. Ci rinuncio volentieri. E’ Pietro che ha bisogno vero di andare a casa. Il maresciallo Polo, in attesa del fonogramma da Roma, ha firmato una licenza di quindici giorni per il mio amico. L’indomani mattino, dalla finestra del mio ufficio, ho visto Pietro con due valigie in mano prendere posto sulla camionetta. Sicuramente andava a casa, sicuramente felice. Ha dimenticato di salutarmi. Io speravo anche in un abbraccio. Non ho saputo più niente. Dopo qualche giorno è tornato il generale Nanni, l’ho aggiornato su quanto accaduto. Il maresciallo Polo mi ha abbracciato. Il generale mi ha firmato una lunga licenza.